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    Kenya Una preghiera per il pianeta che soffre

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    Kenya Una preghiera per il pianeta che soffre

    Messaggio Da mammussi il Mar 12 Apr 2011, 20:24



    Maathai: "Difendere la Terra questa è la mia fede"
    Esce in Italia l'ultimo lavoro del Nobel keniano.
    Una "preghiera" per il pianeta che soffre.
    "Degradare l'ambiente significa degradare noi stessi e tutto il genere umano"
    di WANGARI MUTA MAATHAI

    Negli oltre trent'anni che ho dedicato all'ambientalismo e alle campagne per uno spazio democratico mi è stato spesso chiesto se la spiritualità, le diverse tradizioni religiose e la Bibbia in particolare siano state per me fonte di ispirazione e abbiano influenzato il mio attivismo e il lavoro svolto dal Green Belt Movement (GBM).
    Quante volte mi sono sentita domandare se ho concepito la tutela dell'ambiente e l'autopotenziamento delle persone comuni come una sorta di esperienza o di vocazione religiosa; e se ci sono delle lezioni spirituali da imparare e da applicare all'impegno per la salvaguardia dell'ambiente o alla vita in generale.

    Nel 1977, quando cominciai questo lavoro, non ero spinta dalla fede o dalla religione, pensavo solo a come risolvere concretamente i problemi.
    Desideravo aiutare la popolazione rurale del mio Paese, il Kenya, e soprattutto le donne, a soddisfare quei bisogni primari che mi descrivevano durante i seminari e gli incontri, quando mi raccontavano di non avere acqua potabile, cibo a sufficienza, le energie necessarie per cucinare e scaldarsi, e nemmeno un reddito.

    Così, a quei tempi, alle domande sulle motivazioni rispondevo che scavare buche e mobilitare le comunità per proteggere o rigenerare gli alberi, le foreste, i bacini idrici, il suolo o gli habitat degli animali selvatici non è un lavoro spirituale o quantomeno attinente alla religione.

    Personalmente, tuttavia, non ho mai fatto alcuna differenza tra le attività che potrebbero essere definite "spirituali" e quelle che invece potrebbero essere chiamate "secolari".
    Dopo alcuni anni mi sono resa conto che i nostri sforzi non consistevano solo nel piantare alberi, ma erano volti anche a spargere semi di un altro tipo: quelli necessari a curare le ferite inflitte alle comunità, depredate della loro autostima e della consapevolezza di sé.

    Era chiaro che gli individui che ne facevano parte dovevano riscoprire la loro vera voce e parlare schiettamente in nome dei propri diritti (umani, ambientali, civili e politici).
    Il nostro compito divenne quindi anche quello di allargare lo spazio democratico in cui cittadini comuni potevano prendere decisioni autonomamente, per giovare a se stessi, alla loro comunità, al loro Paese e all'ambiente che li sosteneva.

    In questo contesto cominciai a capire che, nel corso degli anni, c'era stato qualcosa che aveva ispirato e sostenuto il GBM e i suoi attivisti, molti dei quali ne volevano condividere l'approccio e l'esperienza pur giungendo da comunità e regioni diverse. Con il tempo si sono quindi resa conto che il lavoro del GBM non era guidato solo dalla passione e dalla lungimiranza, ma anche da qualche intangibile principio fondamentale.
    In particolare, ne ho individuati quattro.

    I quattro principi fondamentali del Green Belt Movement:
    1) Amore per l'ambiente;
    2) Gratitudine e rispetto per le risorse della Terra;
    3) Autopotenziamento e automiglioramento. E' il desiderio di migliorare la propria esistenza e le proprie condizioni di vita attraverso la forza della fiducia in sé, senza aspettare che sia qualcun altro a farlo per noi;
    4) Spirito di servizio e volontariato.

    Lo spirito profondo, i valori più autentici del GBM, sono racchiusi in questi principi, senza i quali sono convinta che l'organizzazione non sarebbe sopravvissuta né avrebbe prosperato, perché nessuna iniziativa è mai stata intrapresa per denaro, fama o ambizioni di carriera né di certo con l'aspettativa di ricevere un giorno il premio Nobel per la Pace! Si tratta in realtà di valori universali, inestimabili.
    Definiscono la nostra stessa umanità e come tali non fanno parte solo di certe tradizioni religiose, non riguardano unicamente chi professa una fede, ma appartengono alla nostra natura, costituiscono una ricchezza del genere umano.
    Dove tali valori sono ignorati, subentrano vizi come l'egoismo, la corruzione, l'avidità e lo sfruttamento, che possono persino portare alla morte.

    L'esperienza e l'osservazione mi hanno fatto capire che la distruzione fisica della Terra si estende anche all'umanità: se viviamo in un ambiente ferito, nel quale l'acqua è inquinata, l'aria è satura di smog ed esalazioni, il cibo è contaminato da metalli pesanti e residui di plastica o il suolo è ridotto a polvere, subiamo ferite fisiche, psicologiche e spirituali.

    Degradare l'ambiente significa degradare noi stessi e tutto il genere umano.
    Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra.

    Fonte: La Repubblica.it (12 aprile 2011)
    La religione della terra © 2011 Sperling & Kupfer Editori S. p. A.






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