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    kenya-bianchi nel continente nero

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    debora
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    kenya-bianchi nel continente nero

    Messaggio Da debora il Lun 09 Ago 2010, 08:51

    BIANCHI NEL CONTINENTE NERO
    di Stenio Solinas

    Eleganti misfatti inglesi nell'Happy Valley

    tre libri raccontano il mondo della colonia britannica in Kenya negli anni Venti-Trenta. Fra adulteri, alcol e omicidi: il "protettorato" di Nairobi era il regno di aristocratici perversi, scrittori e avventurieri

    Negli anni fra le due guerre mondiali, uno dei tormentoni della roaring London era: «Sei sposato o vivi in Kenya?». Lady Idine Kiemarhock, annoiata di Nairobi, aveva inventato per i suoi ospiti una variante del gioco della bottiglia su chi dovesse andare a letto con chi. Non erano ammessi imbrogli né rifiuti da parte dei giocatori. Il costume si manterrà inalterato per tutto il decennio successivo e ancora nel 1941 fece rumore l’assassinio di Josslyn Hay, conte di Errol, di cui si diceva che avesse dormito in tutti i letti femminili consacrati al matrimonio. Qualche marito, alla fine, non l’aveva presa sportivamente, o qualche moglie traditrice non aveva retto al colpo. Lo trovarono riverso nella sua Bentley, un foro di proiettile in testa (la vicenda, che sconvolse la colonia inglese in Kenya, è rievocata dal film di Michael Radford del 1987 Misfatto bianco con Charles Dance, Greta Scacchi e Joss Ackland).
    Eppure quella era la «Happy Valley», la «Valle Felice», con il monte Kenya in lontananza, i lago Naivasha e il fiume Athi, il Muthaiga Country Club e i bar del Norfolk e del New Stanley dove, come avrebbe scritto Evelyn Waugh, «campeggiava una comunità di stravaganti signori di campagna inglesi trasferitasi all’Equatore».
    In The Bolter (Knopf editore, pagg. 300, dollari 35) Frances Osborne, pronipote di quell’Idina Sackville terza moglie del conte di Errol prima ricordato, nel ricostruire attraverso lettere, diari, testimonianze, la storia della sua antenata, racconta in controluce che cosa fu quell’emigrazione inglese che negli anni intorno alla Prima guerra mondiale andò consolidandosi. Il Kenya si chiamava allora «East Africa British Protectorate» e ci finivano i cadetti di famiglie aristocratiche a cui il non essere primogenito negava le ricchezze di famiglia, i reprobi di qualche scandalo sessuale oppure finanziario, gli espulsi dai college o dalle università più prestigiose, gli spiriti avventurosi per i quali l’Inghilterra aveva l’aspetto di una prigione. C’erano i Delamere, i Soames, gli Erskine, i figli del conte di Enniskillan, i già citati Sackville, c’era Denys Finch Hutton, figlio del conte di Winchilsesa... Intorno a loro, argenterie antiche e servitori kikuyu e masai, ombrelli di Briggs e scarpe di Lobbs, Rolls-Royce e Bugatti, parties e cocktails, aperitivi e cocaina, cene in abito lungo per le donne, in dinner jacket per gli uomini. La comunità delle tre «A» venne soprannominata da chi ne faceva parte e per indicare chi ne faceva parte: «Altitudine, Adulteri, Alcol».
    Se Idina Sackville fu il personaggio più spettacolare di quel mondo (cinque mariti, un centinaio di amanti d’ambo i sessi - aveva soprannominato il suo letto «il campo di battaglia» -, un consumo sfrenato di droghe e di liquori), Fynch Hutton resta quello più romantico: morì relativamente giovane, 44 anni, in un incidente aereo nel 1931, fu immortalato da Karen Blixen, di cui fu l’amante, in La mia Africa, e nel film omonimo fu Robert Redford a interpretarne la parte, anche se l’originale era calvo come una palla di biliardo e più alto di almeno una dozzina di centimetri... In un altro bellissimo libro «africano» ora ristampato, quell’A Occidente con la notte di Beryl Markham (Neri Pozza, pagg. 336, euro 14) che rivaleggia con il capolavoro della Blixen, gli viene addirittura accreditata «l’invenzione del fascino, ma in un senso un po’ diverso - anche da quello della sua epoca. Era il fascino dell’intelletto e della forza, di pronta intuizione e di spirito voltairiano. Avrebbe salutato il giorno del giudizio con una strizzatina d’occhio - e penso che lo fece. Su Denys si sono scritte molte cose e altre se ne scriveranno. Qualcuno dirà che era un grande uomo che non conquistò mai la grandezza, il che non è solo banale, è sbagliato; infatti lui fu un grande uomo che non conquistò mai l’arroganza».

    Il romanticismo che ne circonda la figura è legato anche al fatto che direttamente di lui sappiamo poco o niente. Non lasciò diari, si conoscono appena una decina di brevi lettere familiari e quando agli inizi del Duemila Sara Wheler decise di scriverne la biografia, non c’era più nessun essere vivente cui poter fare riferimento. Eppure, Too Close to the Sun. The Life and Times of Denys Finch Hutton (Jonathan Cape, pagg. 284, sterline 18,89) lungi dall’essere la storia di un fantasma è un pregevole lavoro di scavo e di risistemazione teso a riportare alla luce «una figura che era stata seppellita sotto la sua stessa reputazione. Nel cercare di separare il mito dalla realtà, mi sono chiesta che cosa si può conoscere di un uomo e sono arrivata a capire che la mancanza di materiale non è un handicap biografico, ma il segno di ogni vita intima, anche la propria».
    Denys visse in un’epoca di grandi cambiamenti, in un’Inghilterra che dal superconservatore Lord Salisbury passò alla trasgressiva Lady Chatterley del romanzo di D.H. Lawrence in una manciata di anni. Aristocratico, vide la proprietà terriera da cui la sua classe traeva il potere e la ricchezza arretrare di fronte alla modernizzazione dell’economia. Rispetto alla gran parte dei suoi connazionali della «Happy Valley», non andò in Africa in cerca di fortuna o di una nuova identità, ma per un desiderio di libertà e di rischio che poi divenne tutt’uno con l’amore per una terra e i suoi paesaggi. Era uno di quegli inglesi con lo spleen, nati in ritardo rispetto al secolo elisabettiano che sarebbe stato il loro. In Ritorno a Brideshead Evelyn Waugh definisce lo charme, il fascino, come «la grande maledizione inglese. Individua e uccide qualsiasi cosa tocchi». Nel caso di Fynch Hutton gli tolse l’ambizione e i propositi, ma non ne fece mai un essere superficiale o un inadatto. Quando morì, il Times scrisse che «era differente da qualsiasi altro e sempre lasciò, non c’è altra parola, un’impressione di grandezza».
    "il Giornale.it"


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