Economia

 


Dall'inizio degli anni '90 il governo keniota ha avviato una seria politica di riforme e di liberalizzazione economiche; tra le misure approntate, la rimozione delle licenze di importazione, del controllo sui prezzi, del controllo sugli scambi con l'estero, l'attuazione di politiche molto restrittive su fisco e moneta e la riduzione del peso del settore pubblico attraverso una politica di privatizzazione di imprese statali e ridimensionamento dei servizi civili.

Le riforme, supportate da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e diversi paesi donatori, hanno consentito al Kenya di registrare un miglioramento delle sue performance economiche, soprattutto dopo le difficoltà vissute dal Paese nei primi anni '90.
A partire dal 1997 la crescita del Paese ha avuto comunque un notevole rallentamento anche a causa delle numerose violenze politiche che hanno danneggiato l'industria turistica.

A peggiorare ulteriormente la situazione sono intervenute, tra il 1997 e il 1998 (in coincidenza con l'esplosione del fenomeno meteorologico del Nino), precipitazioni piovose torrenziali che hanno disastrato raccolti e rovinato molte infrastrutture.
Gli istituti internazionali considerano che, nel lungo termine, ostacoli allo sviluppo economico del Kenya arriveranno da scadenti riserve energetiche, dalla persistente e preminente presenza dello Stato nei settori chiave dell'economia, da una corruzione dilagante e dall'eccessivo tasso di crescita della popolazione.

In agricoltura (tè, caffè, mais, grano, canna da zucchero, frutta, vegetali) è tuttora impegnato il 70% della forza lavoro e, senza gli aiuti internazionali, si assisterebbe a un'ulteriore diminuzione del reddito pro capite con conseguente peggioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione.